Ai piedi del castello di Lucera si estendeva la valle del torrente Casanova, un'immensa pianura che si allungava verso il tramonto fino a morire nella neve dell'appennino. Questo luogo era tanto amato da Federico II e da Peppino Sperozzola, un povero contadino di montagna che negli anni '60 abbandonò il suo paesino e giunto ai piedi del castello posò la valigia e si aprì un piccolo fazzoletto di terra. Questo posto è famoso per due motivi: la Fiat Uno rossa volante e il signor Sperozzola.
In estate, la Uno volante sulla strada sterrata, che tagliava la mia terra da quella dei vicini, poteva raggiungere anche i 320 km/h, sollevando un polverone che restava immobile per ore ed ore.
Ricordo, che un giorno il mio cane bianco Igor ci si perse dentro e tornò a casa dopo una settimana, color cava garganica con tracce di disegni rupestri annessi.
Tutti i vicini si erano rassegnati e quando vedevano la Uno si rinchiudevano siliconando porte e finestre. Peppino Sperozzola, un giorno mentre stava arando con il suo OM 615 fu avvolto da una nuvola targata FG 390567 e fu visto solo dopo tre giorni in un oliveto dell'agro san severese.
Il povero signor Sperozzola al calar della polvere, ingranò la retro e tornò a casa con il trattore pieno di foglie, frasche, olive verdi e uno scoiattolo rosso. La moglie, cummara Nicolina non appena lo vide gli disse: «Scimmunnito addove sei stato?!». Il burbero non rispose, ma sorrise come al solito.
Ricordo che un giorno si infossò con il suo OM 615 e più slittava, più rideva; dopo un po' il 615 sparì nel fango e si arrese sorridendo e sorridendo si diresse a casa, aprì la porta e disse alla moglie: «Sotto le ruote è uscita l’acqua!». La moglie rispose: «L'acqua c’è l'hai nel cervello scimmunito!» e lui sorrise.
Il signor Sperozzola era anche un grande allevatore; aveva una stalla con due vacche da latte scremato che mungeva una volta al mese perché le dava da mangiare a Natale e a Pasqua. Queste vacche erano così magre, che le aiutava ad alzarsi tirandole su per la coda. In realtà era considerato un grande allevatore per la miriade di mosche che sfrecciavano come kamikaze nella sua baraccopoli. Sul cancello non c'era scritto “attenti al cane”, ma “attenti alle mosche”. Le vacche per difendersi indossavano una sorta di maschera da apicoltore e paravano le mosche oscillando la coda come un tergicristallo sotto un nubifragio. Nelle ore di punta, cioè quando le mosche andavano a prendere le moschine a scuola, le vacche decollavano proprio ed il signor Sperozzola tutti i giorni, tranne la domenica alle ore 13:00, le legava ad un cingolato. La domenica le vacche erano più tranquille, muovevano meno la coda e le bimbe mosche ci giocavano a salta la corda. Sul portone della stalla c'era scritto WELCOME CASTELLUCCIO. Infatti la baraccopoli era un agglomerato di segnaletiche sdradali: triangoli, semafori, insegne luminose, omini michelin, guard-rail e una croce di sant'Andrea a capoletto.
La mattina il burbero sorridente si svegliava di buon'ora e dato che la serratura era un po' difettosa, apriva la porta a colpi di martello. Un giorno si svegliò per prima la moglie Nicolina, la quale prese il martello ma non colpì la porta e facendo un mezzo avvitamento olimpionico decollò appresso al martello, ruppe la finestra ed atterrò nell'orto a suon di fucilate di un cacciatore di quaglie. Peppino si affacciò alla finestrella, sorrise e disse: «Portami due finocchi e il martello per uscire». I signori Sperozzola avevano cinque figlie addette alla fucilazione delle mosche, durante il giorno; queste specie di ragazzine, volavano da un albero all'altro come cavallette e la sera si radunavano a cinque centimetri dalla tv e si uccidevano a colpi di zapping, finché non rincasava il burbero sorridente e tutto taceva, tranne il rombo rallystico della Uno rossa che ancheggiava come un proiettile sbilanciato oscurando il tramonto.
Un giorno riuscii a filmare la mitica Uno e ci riunimmo tutti da zi' Felipe per cercare di scorgere il segreto della sua fama, ma fu tutto inutile perché nemmeno la moviola riuscì a rallentare la sua furia.
Ricordo che nel 1988, il burbero decise di ampliare la sua baracca e s'improvvisò muratore. Scavò una trincea con una zappa del 1788 e la riempì di sassi, ferri vecchi, cartelli stradali, cerchioni di camion, avanzi di cemento, televisori mivar e disse: «Qui sopra sorgerà un cesso con doccia e lavatrice». Nel giro di una settimana i muri erano finiti e la strada statale era stata ripulita fino al km 98. La doccia era una specie di casello autostradale munito di spazzoloni da autolavaggio e casellante lavaschiena annesso. La tazza era piena di numeri di telefoni: 338767563 CINZIA, 355878665 LUANA, 344565287 TI ASPETTO AL PROSSIMO AUTOGRILL CIAO MICHELE. La finestrella era formata da 54 bottiglie di birra morena cementificate come vetromattoni con annesso stappabottiglie per cambiare aria. Il vero problema fu quello di rimediare una lavatrice, arrivò fino al km 345 e tornò con il suo OM 615 trainando una vecchia betoniera a scoppio del '37. Da quel giorno le figlie impastarono il bucato con due secchi d'acqua e tre di cenere.
Il più vecchio della zona si chiamava Nasone; aveva 138 anni e andava in giro di casa in casa come un testimone di geova. Il vecchio girava con una panda rossa già rottamata nel '78; si presentava in silenzio come una toyota prius, non scendeva perché funzionava solo la serratura dx e il deflettore sx, quindi abbassava il finestrino e iniziava un monologo di tre ore che capiva solo lui, spaziando dai tempi di Garibaldi a quelli di Pippo Baudo. Dopo circa tre ore di storia e quattro di geografia, il vecchio avviava la panda, in una manovra di 48 ore di grattate di cambio e tra i cani capeggiati da Freccia detto il terrorista, riusciva a girarsi e ripartiva con quattro gomme benedette dalla banda bassotti.
Il vecchio accelerò come una freccia. Freccia accelerò come una panda e la panda fu accompagnata da tutta la banda fino alla statale; forse vista l'età del vecchio e la forma della macchina, sentivano l'odore delle ossa in scatola. Igor dopo l'inseguimento non tornava mai a bocca vuota. L'ultima volta portò a casa tutto il paraurti anteriore completo di targa e da allora, ogni due anni lo accompagno a fare la revisione.
A volte le macchine erano accompagnate anche da cani molto vecchi come i veterani Bil e Cik reimmatricolati con il nome di Estrema e Unzione. Estrema era un bastardino secolare pieno di protesi, taglia 12 pollici, color crema di caffè pettinato alla fichi d'india, dotato di sola trazione anteriore per via di un violento incontro ravvicinato con un maremmano. Unzione era praticamente uguale a Estrema, a parte la targhetta 4x4.
Freccia era la vera meraviglia della razza quadrupede, nero dalla testa ai piedi come zorro, abbaiava 24 ore su 24; tutti pensavano che fosse un cane panasonic con le duracel. Trascinava bottiglie di plastica, stracci, frasche, galline morte, chiavi inglesi, gomme di panda, scarpe di albanesi. Un giorno trascinò un gatto per le orecchie fino all'orticello, scavò un fosso sotto ad un cavolo e lo seppellì vivo. Il gatto dopo i fanghi tornò a casa e fece le valige.
Ogni tanto, cummara Nicolina veniva a farci visita, attraversava i campi arati che ci separavano, con l'abilità di un gatto delle nevi e appariva nei paraggi seguita da una fila indiana di bastardini anoressici pieni di pulci in cassa integrazione e collari rudimentali.
A volte la fila era seguita da un gatto arancio con un occhio di cristallo e la coda steccata. I poveri animali arrivavano stremati e nella maggior parte dei casi cummara Nicolina tornava a casa spingendo una carriola piena di cani alla rinfusa seguita dal micione orbo, mentre Freccia li accompagnava alzando ogni tre passi una zampa per lubrificare la ruota.
Ma i migliori amici degli uomini non erano i cani.
Il migliore amico di tutti era Marty Fieldman che arrivava quando meno te lo aspettavi.
Marty aveva una Citroen color grigio cielo d'Irlanda nel mese di gennaio alle ore 18 e 37.
Quando arrivava, i cani sparivano per tre giorni perché avevano paura delle macchine guidate dagli avatar. L'avatauto atterrava davanti alla porta di casa, l'avatar apriva l'avasportello e scendeva addobbato di sciarpa rossa da pupazzo di neve, guanti neri da killer, cappello di velluto marrone con pensilina parasole e tapparelle sulle orecchie. E mentre si sistemava il cappotto con la sinistra, tendeva l'avamano destra verso l'amico del giorno, accennando l'inizio di un discorso pesante come un tufo di Canosa inzuppato nel golfo di Taranto. I cani avevano già fatto i biglietti per la Nuova Guinea e noi ci inventavamo gli impegni più strani per limitare i danni.
Marty era figlio di 67 generazioni di contadini. La sua macchina era piena di attrezzi del mestiere:
zappe, vanghe, forbicioni, motozappe, sacchi di urea, aratri degli anni 30, ferri vecchi, forconi, bue, asinelli, re magi, cammelli e fossili di olive verdi sotto i tappetini. La sua cultura sul mondo agricolo affondava le radici sulle rive del Nilo, il trisnonno allevava coccodrilli da borse e cammelli da gobbe, mentre lui, che era un ragazzo di oggi, coltivava solo prati per quaglie e campi di papaveri per dekstop.
Le masserie della contrada, negli anni '80 ospitarono anche qualche operaio addetto ai lavori nelle stalle. Il vaccaro più famoso di tutti era Michele Popò, così chiamato per il suo andamento lento e pendolante.
Popò era una specie di gorilla venuto dalle foreste di San Bartolomeo, con barba nera spinosa e stivali di gomma verdi e mozzati. Spingeva una carriola flinstoniana, carica di letame, dalla mattina alla sera e tenendo perennemente in bocca una sigaretta artigianale, saliva e scendeva su montagne russe di letame, attraversando abilmente ponticelli fatti di lamiere americane. Un giorno finì il tabacco e si incamminò verso la nostra casa. Cercava tabacco come un cane da tartufi, ma non riuscì a trovare nemmeno la porta di casa. Dopo tre ore, parcheggiò la carriola alle spalle della nostra casa e iniziò a muggire come un bovino smarrito. Lo ospitammo nella stalla per metterlo a suo agio. Il lavoro del vaccaro era un duro mestiere. Popò si svegliava prima del gallo, non si vestiva, perché già lo era, non si lavava quasi mai e faceva una ricca colazione a base di gelatina di porco. Alle cinque iniziava a mungere con Carolina e finiva alle sette con Giulia Manetta, chiamata così perché non voleva farsi mungere, per cui la zampa posteriore destra veniva ammanettata al paraurti di una Giulia. In primavera indossava già abiti estivi: pantalone di lana, canottiera merinos e stivali verdi mozzati con i risvolti. Trasportava dai campi al fienile montagne di balle di fieno sistemati sulla cariola con schema antisismico 4,3,4,3,2,1. Nel 1984 venne licenziato per colpa di una mucca pazza e si dedicò insieme al cugino Michele Dracula alla raccolta dei nostri cavoli. Scendevano dal loro paese ogni mattina a bordo di una seicento blu notte. Arrivavano tutti sparati ed attraverasavano le colonne del cancello per miracolo o per pura fortuna. Dracula era magro come un filo interdentale e in bocca aveva solo due canini. La mattina si presentavano muniti di stivaloni ascellari, cappotti leopardati e scimitarre da mezzo metro. Un giorno il gorilla e il pipistrello tagliarono cavoli sotto ad una tormenta di neve. Sembravano due russi in guerra. Si persero girando nella neve e furono abbattuti nell'orto di Sperozzola a colpi di vangate da cummara Nicolina. Nella contrada in inverno quasi tutti, allevavano un paio di maiali da trasformare in salsicce e prosciutti. Il signor Sperozzola, visto il gran freddo, fissò la data per macellare il porco e il giorno dopo tutta la famiglia si svegliò alle cinque. Misero a bollire l'acqua in un fustone marcato Agip 1945 e appiccarono un fuoco alimentato da due portoni vecchi e tre sedie tarlate. Il burbero sorridente disse alla moglie: «Mo pigghiu lu 615 che angappam lu porcio».Ma quella mattina per il gran freddo il 615 non andava in moto in nessun modo. I pistoni aspiravano aria gelida e soffiavano dalla marmitta ghiaccioli alla naftalina. Sorriso, saliva e scendeva dal 615 senza risultati; iniziò a prendere cacciaviti, martelli, pinze, chiavi inglesi, francesi, svizzere, cavi elettrici FS e coperte di lana. Collegò sette batterie al defunto, riempì il radiatore di acqua bollente, prese una vecchia asciugacapelli scassata di cummara Nicolina e la ficcò accesa nell'aspirazione del motore. Salì in groppa al freddoloso e si fece il segno della croce di Sant'Andrea; girò la chiave e come toccò lo start, un botto precedette il fungo di una bomba atomica che si aprì ad ombrello eclissando l'intera contrada. Il 615 era resuscitato. Il burbero sorrise, il porco un po' meno. Sorriso, si diresse verso il porcile; il trattore indossava una sorta di gru alle spalle e dietro al castello svevo, si arrampicava il sole che pian piano illuminava la gelida giornata, incorniciata dalla solita e immancabile Uno rossa che spalava le strade innevate, volando come una Subaru Impreza. Sorriso Sperozzola spostò una marea di divieti di transito e pericoli generici mitragliati, entrò nel porcile e iniziò a bestemmiare in una lingua estinta nel quinto secolo a. C. Le figlie arrampicate sul trattore, aspettavano l'ordine di impalamento della gru. Il porco iniziò a girare nel recinto alla velocità della luce; Sorriso iniziò a bestemmiare in aramaico. Dopo una corsa olimpica, il porco scivolò su una buccia di mela, Sorriso gli afferrò una zampa e lo legò alla gru. Cummara Nicolina sparò una fucilata in aria, così partì l'ordine e il porco si ritrovò appeso a testa in giù come un lucertolone afferrato per la coda. Le figlie urlatrici, saltarono giù dal 615 e per festeggiare si presero a palle di neve. Cummara Nicolina posò il fucile, prese una specie di pugnale preistorico e mentre Sorriso reggeva fermo per una zampa il lucertolone, si avventò addosso alla bestia come Attila il flagello di Dio. Il porco morì di paura, ancor prima della pugnalata. Seguì una rapida depilazione con acqua bollente e pialla elettrica. Il giorno successivo la baraccopoli sembrava una macelleria, le salsicce addobbavano il soffitto e i cani trasportavano ossi dalla baracca all'orto, dove li seppellivano senza funerali. Di tanto in tanto, una domenica si ed una no, nella contrada apparivano i testimoni di geova, di Genova per cummara Nicolina. Questa razza in via di sviluppo si avvicinava a bordo di grosse macchine scure trainate da lumache. Si riconoscevano a 16 km di distanza. Il loro avvicinamento era talmente lento che i cani uscivano dalle loro cucce con la moviola. Poi si fermavano davanti ai cancelli ed aspettavano ore ed ore la fine del mondo o qualcuno che facesse finta di aprire un cancello mai esistito. Avevano sempre le macchine lucide e pulite come le chiavi inglesi di zi' Felipe. Scendevano dalle macchine molto lentamente, sempre in coppia e vestiti da sposi. Di solito portavano una borsa marrone da medico, piena di riviste con domande senza risposte o risposte senza domande e una Bibbia tradotta in genovese. Una domenica si recarono da cummara Nicolina, la quale si fece trovare con la solita vanga sulla spalla. I testimoni di Genova scesero da una Passat, si avvicinarono con il sorriso e ripartirono con la dentiera, i fanali camaleontici ed il cx abbassato a 0,18. Da quel giorno i genovesi cambiarono auto, contrada e connotati. Nacque così il 6 gennaio 1991 santa Nicolina da Casanova, protettrice dei carrozzieri, ex befana in Sperozzola.
In estate, la Uno volante sulla strada sterrata, che tagliava la mia terra da quella dei vicini, poteva raggiungere anche i 320 km/h, sollevando un polverone che restava immobile per ore ed ore.
Ricordo, che un giorno il mio cane bianco Igor ci si perse dentro e tornò a casa dopo una settimana, color cava garganica con tracce di disegni rupestri annessi.
Tutti i vicini si erano rassegnati e quando vedevano la Uno si rinchiudevano siliconando porte e finestre. Peppino Sperozzola, un giorno mentre stava arando con il suo OM 615 fu avvolto da una nuvola targata FG 390567 e fu visto solo dopo tre giorni in un oliveto dell'agro san severese.
Il povero signor Sperozzola al calar della polvere, ingranò la retro e tornò a casa con il trattore pieno di foglie, frasche, olive verdi e uno scoiattolo rosso. La moglie, cummara Nicolina non appena lo vide gli disse: «Scimmunnito addove sei stato?!». Il burbero non rispose, ma sorrise come al solito.
Ricordo che un giorno si infossò con il suo OM 615 e più slittava, più rideva; dopo un po' il 615 sparì nel fango e si arrese sorridendo e sorridendo si diresse a casa, aprì la porta e disse alla moglie: «Sotto le ruote è uscita l’acqua!». La moglie rispose: «L'acqua c’è l'hai nel cervello scimmunito!» e lui sorrise.
Il signor Sperozzola era anche un grande allevatore; aveva una stalla con due vacche da latte scremato che mungeva una volta al mese perché le dava da mangiare a Natale e a Pasqua. Queste vacche erano così magre, che le aiutava ad alzarsi tirandole su per la coda. In realtà era considerato un grande allevatore per la miriade di mosche che sfrecciavano come kamikaze nella sua baraccopoli. Sul cancello non c'era scritto “attenti al cane”, ma “attenti alle mosche”. Le vacche per difendersi indossavano una sorta di maschera da apicoltore e paravano le mosche oscillando la coda come un tergicristallo sotto un nubifragio. Nelle ore di punta, cioè quando le mosche andavano a prendere le moschine a scuola, le vacche decollavano proprio ed il signor Sperozzola tutti i giorni, tranne la domenica alle ore 13:00, le legava ad un cingolato. La domenica le vacche erano più tranquille, muovevano meno la coda e le bimbe mosche ci giocavano a salta la corda. Sul portone della stalla c'era scritto WELCOME CASTELLUCCIO. Infatti la baraccopoli era un agglomerato di segnaletiche sdradali: triangoli, semafori, insegne luminose, omini michelin, guard-rail e una croce di sant'Andrea a capoletto.
La mattina il burbero sorridente si svegliava di buon'ora e dato che la serratura era un po' difettosa, apriva la porta a colpi di martello. Un giorno si svegliò per prima la moglie Nicolina, la quale prese il martello ma non colpì la porta e facendo un mezzo avvitamento olimpionico decollò appresso al martello, ruppe la finestra ed atterrò nell'orto a suon di fucilate di un cacciatore di quaglie. Peppino si affacciò alla finestrella, sorrise e disse: «Portami due finocchi e il martello per uscire». I signori Sperozzola avevano cinque figlie addette alla fucilazione delle mosche, durante il giorno; queste specie di ragazzine, volavano da un albero all'altro come cavallette e la sera si radunavano a cinque centimetri dalla tv e si uccidevano a colpi di zapping, finché non rincasava il burbero sorridente e tutto taceva, tranne il rombo rallystico della Uno rossa che ancheggiava come un proiettile sbilanciato oscurando il tramonto.
Un giorno riuscii a filmare la mitica Uno e ci riunimmo tutti da zi' Felipe per cercare di scorgere il segreto della sua fama, ma fu tutto inutile perché nemmeno la moviola riuscì a rallentare la sua furia.
Ricordo che nel 1988, il burbero decise di ampliare la sua baracca e s'improvvisò muratore. Scavò una trincea con una zappa del 1788 e la riempì di sassi, ferri vecchi, cartelli stradali, cerchioni di camion, avanzi di cemento, televisori mivar e disse: «Qui sopra sorgerà un cesso con doccia e lavatrice». Nel giro di una settimana i muri erano finiti e la strada statale era stata ripulita fino al km 98. La doccia era una specie di casello autostradale munito di spazzoloni da autolavaggio e casellante lavaschiena annesso. La tazza era piena di numeri di telefoni: 338767563 CINZIA, 355878665 LUANA, 344565287 TI ASPETTO AL PROSSIMO AUTOGRILL CIAO MICHELE. La finestrella era formata da 54 bottiglie di birra morena cementificate come vetromattoni con annesso stappabottiglie per cambiare aria. Il vero problema fu quello di rimediare una lavatrice, arrivò fino al km 345 e tornò con il suo OM 615 trainando una vecchia betoniera a scoppio del '37. Da quel giorno le figlie impastarono il bucato con due secchi d'acqua e tre di cenere.
Il più vecchio della zona si chiamava Nasone; aveva 138 anni e andava in giro di casa in casa come un testimone di geova. Il vecchio girava con una panda rossa già rottamata nel '78; si presentava in silenzio come una toyota prius, non scendeva perché funzionava solo la serratura dx e il deflettore sx, quindi abbassava il finestrino e iniziava un monologo di tre ore che capiva solo lui, spaziando dai tempi di Garibaldi a quelli di Pippo Baudo. Dopo circa tre ore di storia e quattro di geografia, il vecchio avviava la panda, in una manovra di 48 ore di grattate di cambio e tra i cani capeggiati da Freccia detto il terrorista, riusciva a girarsi e ripartiva con quattro gomme benedette dalla banda bassotti.
Il vecchio accelerò come una freccia. Freccia accelerò come una panda e la panda fu accompagnata da tutta la banda fino alla statale; forse vista l'età del vecchio e la forma della macchina, sentivano l'odore delle ossa in scatola. Igor dopo l'inseguimento non tornava mai a bocca vuota. L'ultima volta portò a casa tutto il paraurti anteriore completo di targa e da allora, ogni due anni lo accompagno a fare la revisione.
A volte le macchine erano accompagnate anche da cani molto vecchi come i veterani Bil e Cik reimmatricolati con il nome di Estrema e Unzione. Estrema era un bastardino secolare pieno di protesi, taglia 12 pollici, color crema di caffè pettinato alla fichi d'india, dotato di sola trazione anteriore per via di un violento incontro ravvicinato con un maremmano. Unzione era praticamente uguale a Estrema, a parte la targhetta 4x4.
Freccia era la vera meraviglia della razza quadrupede, nero dalla testa ai piedi come zorro, abbaiava 24 ore su 24; tutti pensavano che fosse un cane panasonic con le duracel. Trascinava bottiglie di plastica, stracci, frasche, galline morte, chiavi inglesi, gomme di panda, scarpe di albanesi. Un giorno trascinò un gatto per le orecchie fino all'orticello, scavò un fosso sotto ad un cavolo e lo seppellì vivo. Il gatto dopo i fanghi tornò a casa e fece le valige.
Ogni tanto, cummara Nicolina veniva a farci visita, attraversava i campi arati che ci separavano, con l'abilità di un gatto delle nevi e appariva nei paraggi seguita da una fila indiana di bastardini anoressici pieni di pulci in cassa integrazione e collari rudimentali.
A volte la fila era seguita da un gatto arancio con un occhio di cristallo e la coda steccata. I poveri animali arrivavano stremati e nella maggior parte dei casi cummara Nicolina tornava a casa spingendo una carriola piena di cani alla rinfusa seguita dal micione orbo, mentre Freccia li accompagnava alzando ogni tre passi una zampa per lubrificare la ruota.
Ma i migliori amici degli uomini non erano i cani.
Il migliore amico di tutti era Marty Fieldman che arrivava quando meno te lo aspettavi.
Marty aveva una Citroen color grigio cielo d'Irlanda nel mese di gennaio alle ore 18 e 37.
Quando arrivava, i cani sparivano per tre giorni perché avevano paura delle macchine guidate dagli avatar. L'avatauto atterrava davanti alla porta di casa, l'avatar apriva l'avasportello e scendeva addobbato di sciarpa rossa da pupazzo di neve, guanti neri da killer, cappello di velluto marrone con pensilina parasole e tapparelle sulle orecchie. E mentre si sistemava il cappotto con la sinistra, tendeva l'avamano destra verso l'amico del giorno, accennando l'inizio di un discorso pesante come un tufo di Canosa inzuppato nel golfo di Taranto. I cani avevano già fatto i biglietti per la Nuova Guinea e noi ci inventavamo gli impegni più strani per limitare i danni.
Marty era figlio di 67 generazioni di contadini. La sua macchina era piena di attrezzi del mestiere:
zappe, vanghe, forbicioni, motozappe, sacchi di urea, aratri degli anni 30, ferri vecchi, forconi, bue, asinelli, re magi, cammelli e fossili di olive verdi sotto i tappetini. La sua cultura sul mondo agricolo affondava le radici sulle rive del Nilo, il trisnonno allevava coccodrilli da borse e cammelli da gobbe, mentre lui, che era un ragazzo di oggi, coltivava solo prati per quaglie e campi di papaveri per dekstop.
Le masserie della contrada, negli anni '80 ospitarono anche qualche operaio addetto ai lavori nelle stalle. Il vaccaro più famoso di tutti era Michele Popò, così chiamato per il suo andamento lento e pendolante.
Popò era una specie di gorilla venuto dalle foreste di San Bartolomeo, con barba nera spinosa e stivali di gomma verdi e mozzati. Spingeva una carriola flinstoniana, carica di letame, dalla mattina alla sera e tenendo perennemente in bocca una sigaretta artigianale, saliva e scendeva su montagne russe di letame, attraversando abilmente ponticelli fatti di lamiere americane. Un giorno finì il tabacco e si incamminò verso la nostra casa. Cercava tabacco come un cane da tartufi, ma non riuscì a trovare nemmeno la porta di casa. Dopo tre ore, parcheggiò la carriola alle spalle della nostra casa e iniziò a muggire come un bovino smarrito. Lo ospitammo nella stalla per metterlo a suo agio. Il lavoro del vaccaro era un duro mestiere. Popò si svegliava prima del gallo, non si vestiva, perché già lo era, non si lavava quasi mai e faceva una ricca colazione a base di gelatina di porco. Alle cinque iniziava a mungere con Carolina e finiva alle sette con Giulia Manetta, chiamata così perché non voleva farsi mungere, per cui la zampa posteriore destra veniva ammanettata al paraurti di una Giulia. In primavera indossava già abiti estivi: pantalone di lana, canottiera merinos e stivali verdi mozzati con i risvolti. Trasportava dai campi al fienile montagne di balle di fieno sistemati sulla cariola con schema antisismico 4,3,4,3,2,1. Nel 1984 venne licenziato per colpa di una mucca pazza e si dedicò insieme al cugino Michele Dracula alla raccolta dei nostri cavoli. Scendevano dal loro paese ogni mattina a bordo di una seicento blu notte. Arrivavano tutti sparati ed attraverasavano le colonne del cancello per miracolo o per pura fortuna. Dracula era magro come un filo interdentale e in bocca aveva solo due canini. La mattina si presentavano muniti di stivaloni ascellari, cappotti leopardati e scimitarre da mezzo metro. Un giorno il gorilla e il pipistrello tagliarono cavoli sotto ad una tormenta di neve. Sembravano due russi in guerra. Si persero girando nella neve e furono abbattuti nell'orto di Sperozzola a colpi di vangate da cummara Nicolina. Nella contrada in inverno quasi tutti, allevavano un paio di maiali da trasformare in salsicce e prosciutti. Il signor Sperozzola, visto il gran freddo, fissò la data per macellare il porco e il giorno dopo tutta la famiglia si svegliò alle cinque. Misero a bollire l'acqua in un fustone marcato Agip 1945 e appiccarono un fuoco alimentato da due portoni vecchi e tre sedie tarlate. Il burbero sorridente disse alla moglie: «Mo pigghiu lu 615 che angappam lu porcio».Ma quella mattina per il gran freddo il 615 non andava in moto in nessun modo. I pistoni aspiravano aria gelida e soffiavano dalla marmitta ghiaccioli alla naftalina. Sorriso, saliva e scendeva dal 615 senza risultati; iniziò a prendere cacciaviti, martelli, pinze, chiavi inglesi, francesi, svizzere, cavi elettrici FS e coperte di lana. Collegò sette batterie al defunto, riempì il radiatore di acqua bollente, prese una vecchia asciugacapelli scassata di cummara Nicolina e la ficcò accesa nell'aspirazione del motore. Salì in groppa al freddoloso e si fece il segno della croce di Sant'Andrea; girò la chiave e come toccò lo start, un botto precedette il fungo di una bomba atomica che si aprì ad ombrello eclissando l'intera contrada. Il 615 era resuscitato. Il burbero sorrise, il porco un po' meno. Sorriso, si diresse verso il porcile; il trattore indossava una sorta di gru alle spalle e dietro al castello svevo, si arrampicava il sole che pian piano illuminava la gelida giornata, incorniciata dalla solita e immancabile Uno rossa che spalava le strade innevate, volando come una Subaru Impreza. Sorriso Sperozzola spostò una marea di divieti di transito e pericoli generici mitragliati, entrò nel porcile e iniziò a bestemmiare in una lingua estinta nel quinto secolo a. C. Le figlie arrampicate sul trattore, aspettavano l'ordine di impalamento della gru. Il porco iniziò a girare nel recinto alla velocità della luce; Sorriso iniziò a bestemmiare in aramaico. Dopo una corsa olimpica, il porco scivolò su una buccia di mela, Sorriso gli afferrò una zampa e lo legò alla gru. Cummara Nicolina sparò una fucilata in aria, così partì l'ordine e il porco si ritrovò appeso a testa in giù come un lucertolone afferrato per la coda. Le figlie urlatrici, saltarono giù dal 615 e per festeggiare si presero a palle di neve. Cummara Nicolina posò il fucile, prese una specie di pugnale preistorico e mentre Sorriso reggeva fermo per una zampa il lucertolone, si avventò addosso alla bestia come Attila il flagello di Dio. Il porco morì di paura, ancor prima della pugnalata. Seguì una rapida depilazione con acqua bollente e pialla elettrica. Il giorno successivo la baraccopoli sembrava una macelleria, le salsicce addobbavano il soffitto e i cani trasportavano ossi dalla baracca all'orto, dove li seppellivano senza funerali. Di tanto in tanto, una domenica si ed una no, nella contrada apparivano i testimoni di geova, di Genova per cummara Nicolina. Questa razza in via di sviluppo si avvicinava a bordo di grosse macchine scure trainate da lumache. Si riconoscevano a 16 km di distanza. Il loro avvicinamento era talmente lento che i cani uscivano dalle loro cucce con la moviola. Poi si fermavano davanti ai cancelli ed aspettavano ore ed ore la fine del mondo o qualcuno che facesse finta di aprire un cancello mai esistito. Avevano sempre le macchine lucide e pulite come le chiavi inglesi di zi' Felipe. Scendevano dalle macchine molto lentamente, sempre in coppia e vestiti da sposi. Di solito portavano una borsa marrone da medico, piena di riviste con domande senza risposte o risposte senza domande e una Bibbia tradotta in genovese. Una domenica si recarono da cummara Nicolina, la quale si fece trovare con la solita vanga sulla spalla. I testimoni di Genova scesero da una Passat, si avvicinarono con il sorriso e ripartirono con la dentiera, i fanali camaleontici ed il cx abbassato a 0,18. Da quel giorno i genovesi cambiarono auto, contrada e connotati. Nacque così il 6 gennaio 1991 santa Nicolina da Casanova, protettrice dei carrozzieri, ex befana in Sperozzola.